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Perchè e Percome

Se sei arrivato fin qui, non ti sei perso ma è forse il segno che aspettavi.

Mettiamo subito le cose in chiaro: qui parliamo di libri è vero, ma non vuole essere un ambiente elitario o didattico.

Il Belato della Cultura ritiene che le pagine di un libro siano lo strumento più democratico per coltivare sogni, per viaggiare, ridere, piangere, arrabbiarsi o da usare come trampolino di lancio verso la conoscenza di cose nuove.

I libri non sono cancelli che proteggono un gregge di santoni onnisciente bensì cancelli aperti a tutti.

E se tu lettore, fino ad oggi ti sei sentito una pecora nera, che in mezzo al gregge invece di stare chino orecchie basse e coi paraocchi su uno smartphone, estrai un libro dal tuo zaino, forse sei arrivato al pascolo che fa per te.

Il Belato della Cultura ritiene che il libro sia in questo momento l’arma più sovversiva in circolazione, perché? Beh con quante persone della tua cerchia sai di poter parlare davvero di libri? Con quante ti scambi titoli da divorare? Ecco, ti sei risposto da solo.

Per parlare di libri non è necessario usare termini desueti per far capire quanto sei erudito, non serve leggere solo titoli ricercati o avere un passato da secchione del liceo classico più prestigioso della città.

Per parlare di libri è sufficiente, ma non scontato, attingere alla propria passione per questi oggetti così piccoli, a volte così costosi ma che spalancano gli orizzonti e ammutoliscono l’intolleranza e la paura verso ciò che è ancora ignoto.

Libro come cultura = pensiero indipendente = veleno

Veleno per cosa? Veleno per chi ci vuole ciechi e assopiti.

Leggo ergo sum.

Leggere per legittima difesa.

I libri rendono immuni dall’ignoranza? Non è detto, ma rendono immuni dalle ragnatele tra i neuroni.

I libri sono una casetta sull’albero.

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Steph Cha – La tua casa pagherà

Ci troviamo a Los Angeles, una città già nota al mondo per gli scontri fomentati da senso di ingiustizia e abbandono delle istituzioni.

Qui due famiglie condividono lo stesso doloroso passato che per quasi trent’anni hanno cercato di metabolizzare guardando avanti al fine di salvaguardare i propri cari.

Sforzi vanificati da un evento tragico quanto inaspettato che riapre ferite e smuove le coscienze di chi prima era ignaro di tutto protetto dalla bambagia.

E’ in questo contesto che Grace Park e Shawn Matthews si incontrano entrambe a modo loro vittime di un passato che non hanno determinato ma sul quale possono decidere se chiudere o aprire nuovi margini di violenza attraverso la necessità di vendetta.

Steph Cha si ispira liberamente alle vicende che vedono la morte della giovane Latasha Harlins che a soli 16 anni negli anni 90 morì per mano di una donna coreana che le sparò alla nuca all’interno del supermarket di sua proprietà. L’artefice dell’omicidio ricevette una condanna minima che non prevedeva la permanenza in prigione in quanto non considerata un pericolo per la società. Questa sentenza suscitò nella comunità afroamericana un senso di ingiustizia che favorì a fomentare gli scontri di L.A. proprio del 92 quando la città arse senza controllo proprio in corrispondenza di attività commerciali di proprietà di cittadini di origini coreane.

La storia delle due famiglie viene raccontata in maniera imparziale e alternata in capitoli che tramite continui flashback conducono il lettore al punto in cui i destini delle famiglie apparentemente lontane per cultura e tradizioni si ritrovano accomunate in una amara situazione di rancore e violenza.

Il romanzo apre all’approfondimento non solo su quelli che furono i fatti che scatenarono le rivolte a Los Angeles nel 92 ma aiutano a comprendere il contesto e il tessuto sociale americano dove le ingiustizie legate a discriminazioni razziali sono all’ordine del giorno e dove le lacune della legge e della sicurezza vengono colmate dalle iniziative personali fomentate da paura, rancore e vendetta.

 L’abilità dell’autrice sta nel presentare i personaggi in tutte le sfaccettature senza giudizio, ognuna con i propri pregi e difetti.

Un romanzo intenso e pieno di suspance.

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Rosario Pellecchia – Le balene mangiano da sole

Siamo a Milano, una città che è crocevia di persone diverse, con le loro storie e motivi diversi per trovarsi in una metropoli che offre tante sfaccettature. Incontriamo Genny, uno studente napoletano iscritto al politecnico che come folgorato da un’illuminazione decide di lavorare come rider per sfrecciare per la città alla volta di chi ordina cibo d’asporto e che spesso viene individuato da un preciso identikit di Genny prima ancora di essere visto, a seconda del cibo richiesto.

A Genny infatti piace osservare le persone, individuarne i tratti distintivi dai minimi dettagli, questo aspetto rende più interessante il suo lavoro ma soprattutto macinare chilometri su chilometri gli permette di avere la sensazione di pedalare sempre più in là, lontano da qualcosa del suo passato che ancora non ha metabolizzato.

Tra una consegna e l’altra però conosce un cliente d’eccezione, Luca, un dodicenne che lo accoglie in casa propria con la maglietta del Napoli che lo invita a fermarsi a guardare la partita con lui, solo in casa.

Genny e Luca danno inizio ad un sodalizio insolito, nonostante la differenza d’età le affinità sono molte e tutto fa pensare che si siano conosciuti nel momento più adatto di entrambe le loro esistenze.

Grazie ad una partita di calcio che si terrà allo stadio San Paolo di Napoli, Genny e Luca avranno la scusa che li porterà nella città che scioglierà per entrambe dei nodi cruciali in grado di farli procedere con le proprie vite e guardare avanti.

Rosario Pellecchia attraverso le sue pagine ci fa conoscere storie di vita che ci passano sotto gli occhi tutti i giorni, ci permette di conoscere meglio il lavoro di un rider tramite la figura del protagonista, un ragazzo solidale con i suoi amici , dai valori solidi e attaccato alla sua famiglia con la quale non si può fare a meno di sentirsi in empatia. Un romanzo profondo sulle scelte di vita forzate o meno , ma raccontato con una penna sobriamente leggera che ci fa innamorare di ogni singolo personaggio menzionato.

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Giulia Caminito –L’acqua del lago non è mai dolce

Giulia Caminito – L’acqua del lago non è mai dolce

“Io sono stata un cigno,

mi hanno portato da fuori,

mi sono voluta accomodare a forza,

e poi ho molestato,

scalciato e fatto bagarre

anche contro chi s’avvicinava con il suo tozzo di pane duro,

la sua elemosina d’amore”.

Questa è la storia del percorso di una bambina che diventa donna sulla scia di una storia familiare predominata da una madre forte e combattiva, un padre invalido e remissivo e una serie di oggetti che non hanno mai goduto del senso di appartenenza.

La protagonista della quale non viene svelato il nome se non nelle ultime pagine, vive assecondando le azioni d Antonia, sua madre, che combatte per un posto nel mondo della sua famiglia composta da Mariano, suo figlio maggiore, il marito Massimo che a causa di un incidente ha perso l’uso delle gambe e i due figli gemelli.

La prima lotta che la protagonista ricorda è quella per l’assegnazione di una casa popolare e la tenacia di sua madre li porta in un quartiere per bene di Roma, un condominio dotato di portineria, dove tutto è li per bellezza e tale bellezza è vietata a loro in particolar modo, che non possono neppure sostare in giardino. Antonia si rende presto conto che quello non è il contesto per loro e tramite un gioco di scambi organizza lo spostamento della famiglia ad Anguillara Sabazia, un comune sul lago di Bracciano, a suo avviso più adatto a loro. Ad Anguillara comincia la giovinezza della ragazza, fatta di pendolarismo per arrivare a Roma per frequentare le scuole che sua madre reputa più adatte alla sua formazione, vengono messe in evidenza le differenze tra lei che non possiede nulla che non sia di seconda mano e i cui capelli vengono tagliati da sua madre e gli altri che hanno tutto. Cominciano le scaramucce con chi nota quelle differenze e si prende gioco della ragazza.

La ragazza non si lascia scoraggiare, alza la testa in maniera inaspettata e presto riesce a distinguersi per il suo carattere duro, vendicativo e capace di prodezze e ripicche che lasciano il segno.

Questa è la storia di come le donne forti di questa famiglia contraddistinte dalla loro chioma rossa e una forza di volontà che ne alimenta le azioni, sanno farsi strada e trovare il proprio posto nel mondo e tra le persone. Questa è una storia su come il retaggio familiare ci tenga agganciati e spesso ci conduca in direzioni che non abbiamo scelto e su come spesso non ci venga nemmeno mai chiesto che cosa realmente vogliamo.

La protagonista si interroga spesso sulla sua somiglianza con la madre Antonia, questa somiglianza le crea conforto se la sensazione è quella di essere reale ma anche senso di inferiorità quando realizza che forse non sarà mai forte quanto lei. Il romanzo attraversa i passaggi di crescita della ragazza, l’approdo all’età della adolescenza, fase durissima in cui ci confrontiamo col mondo esterno e c’è sempre qualcosa che ci fa sentire da meno. Le relazioni di amicizia che si spezzano, perché una volta persa l’innocenza, ognuno prende la propria strada. I tradimenti, i lutti le scelte del percorso scolastico. Tutte fasi che il pragmatismo di sua madre Antonia difficilmente riesce a supportare emotivamente e così la nostra protagonista si ritroverà spesso sospesa nella sua solitudine a volte anche cercata ma comunque il suo posto nel mondo sarà sempre contraddistinto da una sorta di senso di cattività, di essersi inserita ma non del tutto, dal non essere mai davvero uguale agli altri grazie anche alla corazza che per autodifesa si è costruita.

Un romanzo dotato di una punta di cinica ironia, un linguaggio asciutto e preciso e ambientato in un contesto magico, l’ambientazione infatti è ricca di dettagli e di atmosfere che il luogo in cui si muovono i personaggi sa dare grazie alle sfaccettature e alle leggende che lo caratterizzano.

Giulia Caminito con questo romanzo ha ottenuto la meritatissima candidatura al Premio Strega.

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Elisa Ruotolo – Quel luogo a me proibito

Esiste un luogo a cui a volte ci è vietato accedere: è quello spazio tra ciò che siamo, che realmente di noi ci appartiene e ciò che il retaggio familiare ci spinge a considerare estraneo, quasi un arto fantasma, quella parte di noi che rimane piombata a terra contro ogni possibilità di spiccare il volo verso ciò che potremo essere.

Questa è la storia di una donna, cresciuta in un piccolo centro vicino a Napoli, abituata a privarsi dei propri impulsi e desideri, che quasi non conosce se stessa e che si sviluppa in un contesto familiare molto rigido, basato sul pensiero altrui, sull’immagine esterna e volto ad evitare di dare occasioni alle malelingue di parlare di se. Tale atteggiamento porta la protagonista a crescere in una gabbia che lei scambia per candore, una sorta di castrazione che finirà con l’impedire di sentire ogni tipo di impulso naturale, fame, desiderio, piacere senza che si palesi violentemente quella sensazione di lordura.

Quando da bambina si interfaccia con la realtà esterna fatta di coetanei, liberi e spudorati ai suoi occhi, come Nicla una ragazzina più disinibita, dotata di schiettezza verace e di senso pratico, la protagonista comincia a chiedersi se i libri nei quali, a differenza di Nicla, lei si rifugia, non siano davvero un modo per prepararsi alla vita bensì un muro, considerando invece Nicla più preparata alla vita, più sveglia, nonostante rimanga incinta a 13 anni.

Il tempo passa e tutto rimane immobile, la protagonista affronta le varie tappe dell’età senza affrontare realmente cambiamenti, senza staccarsi dal nucleo familiare e preservando quel candore che lei considera innocenza, arrivando a 42 anni senza mai aver conosciuto il suo corpo davvero e senza essersi mai concessa al piacere.

Un incontro fortuito con Andrea, un uomo più grande e terribilmente libero, in grado di vivere il cambiamento e anzi di averne bisogno costantemente a differenza sua, la rende cosciente di quanto sia legata, di quanto il nido familiare sia in realtà un nodo che la costringe a non sapere come si faccia a desiderare. Una storia d’amore che non spicca il volo ma che permette alla donna di cominciare a considerare se stessa come roba sua, di spingersi un po’ più in là fino a confidarsi con Nicla, ritrovata dopo anni per una coincidenza professionale.

Un romanzo che affronta il delicato tema di quelle catene che a volte il contesto familiare sa mettere ai figli, un tarpare le ali fatto di privazione di spazi propri, di sentieri dirottati e di credenze e superstizioni arcaiche volte a dare l’immagine di una famiglia perbene, sacrificando il valore della libertà e delle inclinazioni personali.

Elisa Ruotolo racconta qualcosa che è difficile descrivere, un dolore che corre il rischio di essere percepito come secondario o frutto di eccessiva sensibilità. Lo fa con parole selezionate con cura, e con immagini che danno un senso e un contorno al flusso dei pensieri che bloccano un battito d’ali che è quello definitivo verso il proprio futuro. Un libro che contiene tutto, che fa battere il cuore e che come un flusso di coscienza riporta indietro, all’odore di casa ma anche di porte chiuse e solitudine, sbirciando dalla finestra le vite degli altri con un libro come amico.

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Marco Balzano – Quando tornerò

Marco Balzano – Quando tornerò – Einaudi

In un piccolo paese della Romania Daniela, sposata con due figli ormai adolescenti e un marito scansafatiche, decide di partire di nascosto, nella notte, abbandonando tutto e tutti. Destinazione: Italia. Il motivo che la spinge a partire è la possibilità di lavorare per poter permettere ai figli un’esistenza dignitosa nella terra di origine. Daniela si ritrova così a Milano, da impiegata di un’azienda quale era nel suo paese, diventa la badante di Giovanni, un uomo reso irascibile dall’Alzheimer.

L’impatto iniziale con la nuova vita rende Daniela una macchina dedita esclusivamente all’accumulo di denaro al fine di terminare al più presto l’esperienza all’estero e poter tornare a casa. I rapporti con i Angelica e Manuel, diventano sempre più sfilacciati e nel frattempo suo marito li ha abbandonati per un fantomatico lavoro come camionista in Siberia. I ragazzi si trovano in balia di loro stessi anche se, fortunatamente esiste l’occhio vigile dei nonni.

Angelica, è la figlia maggiore e per questo, da sempre le viene affidato, suo malgrado un ruolo di responsabilità superiore a quanto si sentirebbe di poter fare scacciando ogni rimasuglio di giovinezza e rendendola prima del tempo responsabile e priva di grilli per la testa.

Manuel invece è colui che soffre di più la mancanza della madre come punto di riferimento e come porto sicuro a cui approdare nel  già complicato periodo dell’adolescenza. Dopo un primo slancio verso lo studio con ottimi risultati, le sue ambizioni si affievoliscono sempre di più tutto perde significato e questo lo porta a isolarsi o a circondarsi di compagnie sbagliate.

Daniela si trova ben presto a perdere il polso della vita dei figli e a perdere i legami con il passato e la terra di origine.

Nel frattempo deve sopportare ore interminabili di lavoro, sollevare anziani molto più pesanti di lei, ricevere insulti di anziani ormai incapaci di intendere e di volere e soprusi da parte delle loro famiglie.

In questo contesto un giorno, riceve la telefonata che nessun genitore vorrebbe mai ricevere: quella che preannuncia un terribile incidente a Manuel.

Daniela torna a casa e cerca con ogni escamotage possibile il modo per non abbandonare mai l’ospedale, cercando di bisbigliare al figlio in coma i ricordi di infanzia di Manuel, quando lei si sentiva ancora una mamma, ma soprattutto racconta dal suo punto di vista l’esperienza in Italia, quello che ha vissuto e patito sperando che, qualora lui riuscisse a sentirla, possa perdonarla.

C’è un sentimento che tutte le badanti conoscono, si chiama “dor” ed è intraducibile per noi ma si riferisce alla brama di ciò che si è abbandonato, lo struggimento per ciò che non si ritroverà più. Daniela sa infatti di essersi persa molto dei figli, sa che tornando non sarà facile reinserirsi e recuperare la distanza degli anni passati fuori. Non ci sono videochiamate in grado di fare in modo che le vite separate di madri e figli inficino sul legame e il senso dell’abbandono.

Nel nostro paese le badanti che arrivano dalla Romania sono circa un milione, donne che diventano vite a perdere quando tornano nel loro paese. All’istituto psichiatrico Socola di Iasi le badanti ricoverate sono circa duecento l’anno depresse, inappetenti, insonni, schizofreniche, ansiose, allucinate, ossessionate. Impazzite. Aspiranti suicide. Il loro disturbo ha un nome preciso che si chiama “sindrome Italia”.

«Più che una malattia, la “sindrome Italia” è un fenomeno medico-sociale», spiega Petronela Nechita, primaria psichiatra della clinica di Iasi: «C’entrano la mancanza prolungata di sonno, il distacco dalla famiglia, l’aver delegato la maternità a nonni, mariti, vicini di casa. Abbiamo molta casistica. S’è aggravata quando le romene dal Meridione, dove lavoravano nei campi ed erano pagate meno, si sono spostate ad assistere gli anziani del Nord Italia: tra le nostre pazienti ci sono soprattutto quelle che rifiutavano i giorni di riposo e le ore libere per guadagnare meglio, distrutte da ritmi massacranti. Nessuno può curare da solo un demente o una persona non autosufficiente: 24 ore al giorno, senza mai una sosta. Col fardello mentale di quel che ci si è lasciati alle spalle.

Il romanzo di Balzano è un riflettore a tre voci su un tema poco noto. Le tre voci sono quelle di Daniela e dei suoi figli Angelica e Manuel, il libro è diviso infatti in tre parti che si distinguono per la voce narrante dei protagonisti ognuno dei quali racconta al lettore in prima persona i fatti accaduti.

Il tema del ricordo è ricorrente, il ricordo può essere un legame col passato che potrebbe aiutare Manuel a risvegliarsi dal coma, che aiutava Daniela a preservare le proprie radici. La memoria come strumento di identità anche per  gli anziani malati di Alzheimer, violenti che passavano dall’essere carnefici a esseri indifesi, coloro privi di ricordi e quindi che hanno smarrito se stessi, come se fossero già morti. Il ricordo però può diventare anche doloroso e traumatico e allora a volte è meglio gettarlo come un ceppo nel caminetto acceso e ripartire da zero.

Un romanzo divorato in un unico giorno, che mi ha aperto la mente su un tema che non conoscevo come quello del mal d’Italia e degli orfani bianchi, ossia i bambini che in Romania vivono da soli o affidati a parenti e vicini perché i genitori sono costretti a emigrare. Consigliatissimo.

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Teresa Ciabatti – Sembrava bellezza

Crescere, si sa, fa parte di un passaggio doloroso, e quasi nessuno si salva dalla faticosa fase di presa di coscienza del se e dal confronto tra l’immagine riflessa allo specchio e quella che deriva dalla percezione che abbiamo di noi stessi. Le cose si complicano quando ci mettiamo a confronto col mondo esterno e in quel caso ahimè dal confronto ne usciamo quasi sempre a orecchie basse, tutto e tutti è migliore di noi dall’esito dell’analisi di un occhio adolescente.

Non mi ero mai chiesta veramente prima che collegamento potesse esserci tra memoria e dolore come tra memoria e vecchia, se il ricordo di me adolescente fosse in qualche modo inficiato dai miei complessi e se questi abbiano deviato il mio percorso, magari depotenziando quello che sarei stata in grado di fare. Ho cominciato a pormi delle domande grazie alla letture di “Sembrava bellezza” di Teresa Ciabatti ed edito da Mondadori.

La protagonista è una donna di 47 anni, che parla di se e dei fatti che la coinvolgono in prima persona alterando in parte, come lei stessa confida al lettore, la realtà dei fatti. Una donna che ha ottenuto molto dal punto di vista professionale ma che ha delle falle nella vita relazionale, come una figlia che si rifiuta di incontrarla e un ex marito che intanto si è ricostruito una vita sentimentale.

Collezionando amanti e squallidi incontri cerca conferma del sé negli sguardi altrui dopo un passato da adolescente emarginata a causa del suo aspetto poco armonioso, dei chili di troppo e in contrapposizione a quello di Livia, bellissima sorella di Federica, la sua migliore amica con la quale ha condiviso progetti e sogni irrealizzati tra le mura di una cameretta. Livia rappresenta tutto quello che loro non hanno, popolarità, spasimanti, sguardi e disinibizione.

Un evento inaspettato porterà le tre ragazze velocemente ad una rottura con l’incanto della giovinezza ma per Livia l’impatto sarà più forte perché un incidente la fermerà alla condizione di eterna ragazzina con la propria mente e la mancanza di memoria e di passaggio all’età adulta sembrerà avere un effetto benefico anche sul suo aspetto fisico. In contrapposizione la protagonista e Federica, che si ritrovano dopo anni dove il tempo le ha scalfite e trasformate. In particolare per l’eroina del romanzo il tempo sembrerà averle impresso dentro la cattiveria degli esclusi, l’anaffettività di chi ha avuto fame di amore in passato privandola inoltre di un istinto materno che adesso rivorrebbe indietro e in qualche modo riscopre accudendo Livia, quella cinquantenne ragazzina che ora ha bisogno di lei ma della quale in adolescenza elemosinava considerazione.

Un romanzo con un registro narrativo diverso, che ci fa vedere tutto dal punto di vista della protagonista che però ammiccando e creando complicità con il lettore si svela poco a poco componendo i tasselli di una mente che come un puzzle è ancora alla ricerca di pezzi mancanti.

Teresa Ciabatti, si distingue per il suo stile capace di mescolare ironia e cinismo con una punta dolce amara che rende tutto più reale anche tramite l’espediente di lasciare la narrazione ad una protagonista resa reale dalle sue sfaccettature e debolezze rese note al lettore con fare complice e inneggiando alla sua comprensione.

Ecco il link se vuoi vedere la video recensione

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Serena Dandini – La vasca del Führer

La vasca del Führer scritto da Serena Dandini edito da Einaudi

Per molti l’irrequietudine è un ostacolo per trovare il proprio posto nel mondo, un demone che appare e scompare per donare instabilità in ogni campo.

Non è stato così per Lee Miller che infatti diceva di sé:

“Per qualche ragione, vorrei essere sempre da un’altra parte.

E’ solo la mia inquietudine, il fuoco che ho sotto il culo.”

Lee Miller

Nata in una famiglia americana che non ha mai ostacolato le sue ambizioni creative e di libertà, aspetto non comune per l’epoca, il percorso di Lee è costellato di incontri che hanno il fatidico ruolo di cambiare il suo destino e far prendere alla sua strada una destinazione straordinaria. E’ il caso di Condè Nast che a New York la salva casualmente da un’auto che stava per investirla e che, colpito dalla sua bellezza la spinge a lavorare come modella per la rivista Vogue.

Quando il demone dell’irrequietudine torna a bussare alla sua porta Lee approda a Parigi, una città che avrà sempre il ruolo di casa per lei e dove incontra Man Ray noto fotografo che le farà scoprire liquido di sviluppo e carta fotosensibile da un punto di vista di addetto ai lavori e grazie al quale Lee scoprirà al fotografia come nuovo linguaggio per poi appropriarsene.

Elizabeth Miller diventa un’icona di eleganza e bellezza, ma il suo intelletto vivace la rende anche una stelal nell’ambiente degli artisti che frequenta, riesce a farsi amare da tutti e a stringere amicizia con artisti del calibro di Picasso, Max Ernst, Breton.

Su una Parigi al centro dei movimenti culturali più importanti in Europa e non solo, aleggia l’ombra del nazismo e, successivamente il secondo conflitto mondiale che ridurrà tutto in frantumi, porterà morte e conseguenze che arriveranno lontane nel tempo. Lee si  reinventa foto reporter al servizio di Vogue, che insolitamente si troverà a pubblicare articoli e immagini legate alle macerie di una guerra feroce. Proprio questo ruolo porterà Lee in Germania dove la sua Rolleiflex immortalerà i residui di vita lasciati attoniti e con occhi scarni ad assistere alla liberazione. Raccontare diventa un’urgenza, tornare a casa l’impresa più ardua.

Serena Dandini trasmette la sua passione per la figura di Elizabeth Miller in maniera contagiosa. Lee Miller è una forza in grado di calamitare chiunque si trovi ad approcciare la sua esistenza seppur a distanza di anni e tramite le pagine di un libro. L’autrice ci consente di accedere ad un secolo di pieno fermento e di cambiamenti decisivi per la società dove Lee sguazza nella sua acuta sfrontatezza e in una bellezza che miete vittime in ogni contesto.

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Carlo Turati – La carezza della mantide

Ogni mattina una famiglia felice si alza e si sfascia / Ogni mattina una famiglia infelice si alza e si riunisce / Ogni mattina non importa se sei una famiglia felice o infelice/ L’importante è che sia felice tu.

Il romanzo d’esordio di Carlo Turati “La carezza della mantide” edito da Solferino, ci porta nel percorso tortuoso dell’essere genitore, tra una salita e una mulattiera, condendo il tutto con una sana ironia e quel cinismo che non guasta.

Siamo a Milano, i riflettori si accendono su Marco Morlacchi che ha appena appreso che il giudice ha reputato opportuno affidargli la custodia di entrambe le figlie, Marta e Alice.

Una scelta che cade come un’accetta sulle già traballanti certezze di un Peter Pan croccante fuori e morbido dentro il quale apprende, grazie a questa esperienza, ad uscire dalla sua di adolescenza per accompagnare quella delle sue figlie lastricata di quelle complicazioni che il mondo femminile aggiunge.

La salute di Marco ha in serbo delle sorprese: già in fase di decadimento, come un Titanic impone al protagonista la scelta per optare o meno per un trapianto, questo in tempi troppo brevi, tanto da potergli impedire di essere presenta alla laurea di Marta e al primo ingresso alle urne di Alice. Che fare davanti a questo bivio?

Carlo Turati si distingue per la sua scrittura dotata di un ritmo comico e trasparente, senza filtri. Un verismo sull’annosa questione della gestione di una famiglia, su quel labile equilibrio genitore figlio, dialogo-confidenza che apre le porte alla sincerità senza sotterfugi.

Le pagine del romanzo scivolano via senza rendersene conto per poi giungere alla fine con l’impressione che qualcosa di proprio sia stato raccontato.

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Federico Baccomo – Che cosa c’è da ridere. La storia del giovane comico ebreo che sfidò il nazismo

“Ogni persona si porta dentro la distanza tra quello che vuole essere e quello che è, e più questa distanza è grande, più c’è da essere tristi.”

Ho sempre pensato che conoscere la storia fosse prerogativa importante per capire la realtà attuale. Credo che la memoria sia una parte fondamentale per ognuno di noi e sono convinta che questo vada tenuto in mente sempre,non solo in determinate ricorrenze. Quest’anno però in occasione della Giornata della Memoria, qualcosa ha attirato la mia attenzione più del solito ed è il libro di Federico Baccomo che offre con il suo “Che cosa c’è da ridere” edito da Mondadori, un filo conduttore diverso dal solito, che sposta i riflettori sull’avvento nazista e sulla Shoah in un’altra angolatura. L’autore infatti ci offre il punto di vista di coloro che facevano parte della brillante scena artistica berlinese fino alla deportazione nei campi di sterminio.

Il romanzo si apre con un messaggio di accoglienza al lettore di quella che sarà la voce narrante fino alle ultime pagine, dove poi si svelerà per ruolo e relazione con i protagonisti.

Con un registro colloquiale, come quella di un amico che ci racconta una storia, veniamo introdotti nel mondo di Erich Adelman un giovane berlinese nato da una famiglia ebrea e che non ha mai conosciuto la madre, morta nel darlo alla luce. Allevato dal burbero padre tra i sensi di colpa e di inadeguatezza, Erich scopre il mondo della comicità, quasi per caso, nascosto sotto il sofà di un locale notturno quando invece il suo intento era quello di rivedere la bella Anita, ossia colei che aveva invaso la sua giovane mente tramite l’immagine su una cartolina custodita gelosamente dal ragazzo.

E’ proprio nell’atmosfera fumosa ed effimera di uno dei tanti locali berlinesi tra un balletto e uno sketch, Erich resta attratto dalla favella accattivante e incredibilmente comica del Magnifico Walter, un comico in decadenza e sfatto dalla sua dipendenza dall’alcol ma che per Erich diventa un mentore perché è da lui che apprenderà i cardini della comicità.

E’ un miracolo che Erich, vissuto in un ambiente privo di ironia, quasi surreale, trovi il suo posto nel mondo nel cabaret, di cui ne diventerà un componente importante e riconosciuto sul panorama della scena berlinese.

Ironia della sorte, mentre la ruota comincia a girare anche per il nostro protagonista, le cose si mettono male per chiunque abbia origini ebraiche perché nel frattempo il nazismo ha acquisito sempre più consensi e potere dando vita ad una vera strategia di annientamento per le minoranze e per coloro considerati un ostacolo.

La situazione diventa pericolosa al punto di spingere Erich e suo padre a spostarsi ad Amsterdam dove le leggi razziali non sono ancora entrate in vigore e dove possano avere una parvenza di vita normale.

Contrariamente alle aspettative, una serie di eventi dall’effetto domino portano Erich e suo padre al campo di transito di Westerbork, campo olandese dal quale ogni martedì partiva un carico di persone destinato ai campi di concentramento e tra questi quello di Auschwitz.

Accade però che a Westerbork il comandante Gemmeker abbia dato ordine di creare una compagnia teatrale, non certo per uno spirito illuminato e devoto alal cultura, bensì per il suo semplice sollazzo. La compagnia è composta da artisti di un certo livello tra i quali Max Ehrlich, il quale coordina la compagnia, Camilla Spira e altri nomi che attirano l’attenzione di Erich, il quale nonostante i propri sensi di colpa e le proprie riflessioni sul fatto che sia giusto o meno far ridere in un contesto del genere, decide di ritornare a calcare le scene.

Il suo ingresso nella compagnia teatrale riscuote successo e allo stesso tempo attira conflitti con altri prigionieri, tutto previsto in realtà dalla strategia dividi et impera dei gerarca nazisti che potevano in questo modo creare divisioni tra i prigionieri e distrarli da eventuali rivolte.

Erich si trova così ad avere l’illusione di essere ancora vivo, di non essersi completamente perso grazie allo strano compito di far ridere il nemico, colui che da un momento all’altro potrebbe determinarne la deportazione verso Auschwitz, ovvero la morte.

Con il suo romanzo Federico Baccomo, ci fa riflettere su come la risata, la comicità in quanto difficili da suscitare siano frutto di meccanismi e studio, siano professionalizzanti e allo stesso tempo in grado di salvare l’anima delle persone nonostante i tentativi di annientarle sotto ogni fronte.

Il personaggio di Erich Adelman è coerente e fedele a se stesso fino alla fine, incarna i dubbi di ogni essere umano che ha la possibilità di sottrarsi alla tragedia a discapito di qualcun altro, il famoso concetto dei sommersi e i salvati di cui ci parlò Primo Levi, quei i meccanismi che portano alla creazione di “zone grigie” di potere tra oppressori e oppressi:

Non era semplice la rete dei rapporti umani all’interno dei Lager: non era riconducibile ai due blocchi delle vittime e dei persecutori. […] L’ingresso in Lager era invece un urto per la sorpresa che portava con sé. Il mondo in cui ci si sentiva precipitati era sì terribile, ma anche indecifrabile: non era conforme ad alcun modello, il nemico era intorno ma anche dentro, il «noi» perdeva i suoi confini.

I “salvati” del Lager non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l’esatto contrario. Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della “zona grigia”, le spie. Non era una regola certa (non c’erano, né ci sono nelle cose umane, regole certe), ma era pure una regola. Mi sentivo sì innocente, ma intruppato tra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri. Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti.

Tratto da “I sommersi e i salvati” Primo Levi.

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Lois Lowry – All’orizzonte

la descrizione della tragedia della guerra fatta in versi. Casa Editrice 21 Lettere

Siamo a Pearl Harbor, il giorno in cui la maggior parte della flotta degli Stati Uniti viene attaccata da alcuni aerei giapponesi. Era il 7 dicembre 1941 e l’autrice ha assistito in prima persona all’evento, salvandosi per miracolo, grazie alla visita della nonna la quale ha dirottato i piani di Lois e di suo padre, militare, verso una  gita sulla spiaggia.

Improvvisamente i giochi e la serenità di una bambina si contrappongono alla tragedia che si sta svolgendo a pochi metri da lei, dove giovani, padri e figli, fratelli, mariti, hanno perso la vita.

Nella seconda parte dell’opera ci troviamo invece in Giappone, l’infanzia del’autrice si è in effetti divisa tra Stati Uniti e terra nipponica. Il 6 agosto 1945 un aereo americano sganciò una bomba atomica sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki causando la morte di oltre 150 mila civili e ripercussioni che si sono protratte per anni.

L’opera si sviluppa in versi, è pensata per raccontare ai ragazzi questi due eventi storici. La scelta delle parole è essenziale e aiuta il lettore a creare l’immagine della tragedia nel suo immaginario ma attraverso gli occhi di un bambino, lasciando ancora più scossi all’idea di tutti coloro che non invecchieranno mai, vittime inconsapevoli. C’è il pensiero di chi si è salvato, c’è quello che resta dopo due attacchi che in comune hanno l’aver interrotto la vita di due popoli che si guardano increduli chiedendosi se sia necessario odiarsi a vicenda per poter ricordare e onorare le vittime.

E’ incredibile come in un libro che si divora in due ore ci sia un tale potere di riflessione e uno scuotimento emotivo senza precedenti.

Haiku

Lampo, turbine

Quindi calma spettrale

E pioggia nera